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L'AVARO. PARTITURA PER TRE ATTORI - Compagnia Diaghilev

Venerdì 13 novembre 2026 ore 21:00 - LÈGAMI

da Molière

elaborazione drammaturgica e regia: Rosario Sparno

con Paolo Panaro, Doriana Costanzo eAndrea Simonetti

costumi: Angela Gassi

produzione: Compagnia Diaghilev

sinossi

L’Avaro è una delle opere più famose di Jean Baptiste Poquelin, una commedia divertente e ricca di invenzioni lessicali ma anche un capolavoro assoluto di stile ed eleganza narrativa che ha consegnato all’eternità il grande Molière.
Siamo in una soffitta. Una tana per topi dove, negli anni, sono stati accumulati beni preziosi mai usati. Dentro vi si respira un’aria malsana che fa pensare a una situazione di complotto, di agguato, di rapina. Ogni cosa è vista e deformata dallo sguardo del suo abitante; un atteggiamento, cupo, tetro e solitario che sovrasta su tutto. Arpagone è il protagonista. È lui l’uomo gretto, bramoso, sospettoso, nevrotico che, in questa versione, preferisce vivere in ristrettezze economiche, vestire abiti logori, abitare un luogo vecchio e polveroso, pur di non separarsi dal suo unico grande amore: una cassetta piena di denari che tiene gelosamente nascosta. E sarà proprio il furto del suo tesoro a far crollare il mondo decrepito del vecchio taccagno.
Lo spettacolo riprende, nei personaggi (l’avaro, la figlia, il servo e la faccendiera) e nell’epilogo, l’Aulularia di Plauto, una delle fonti principali di Molière, portandoci nel cuore della Parigi dell’autore francese, una città universale, che con i suoi vizi e le sue paure, i suoi lazzi e le sue buffonerie ci ricorda, per molti aspetti, il tempo che viviamo.
Arpagone accumula ma non spende, conserva ma non usa, possiede ma non condivide; si crede circondato da persone che gli stanno intorno solo per la sua ricchezza; la sua avarizia non è solo una caratteristica personale ma un modo di essere. È l’archetipo dell’antisociale: è un usuraio che senza lavorare, senza soffrire, guadagna con il lavoro del prossimo.
Ma l’avidità può travestirsi da virtù e assumere nuovi nomi, riuscendo così a celare la sua furia. Indossando ciò che il poeta chiama “il tenero manto della pietà materna”, la tirchieria può proclamarsi la conseguenza dell’encomiabile scopo di provvedere ai figli.